Gli effetti delle sanzioni

Gli effetti della sanzioni sulla popolazione siriana

Quante le vittime delle sanzioni imposte dall’Unione Europea? Ci sono già – oltre ad innumerevoli, toccanti, testimonianze di siriani e di giornalisti – alcuni esaustivi studi (in particolare questo, purtroppo datato) sul come le sanzioni si impattano sula società siriana e altri (tra cui questo e questo) che analizzano alcuni aspetti della disastrata situazione della Siria; ma, al momento, nessuna letteratura scientifica sugli effetti delle sanzioni sulla popolazione. Per comprenderli può, comunque, essere utile un raffronto con le sanzioni inflitte all’Iraq (si veda, ad esempio questo studio e questo sintetico documento) che, secondo un Rapporto Unicef, provocarono, tra l’altro, la morte per denutrizione e malattie di 500.000 bambini.

Ma cerchiamo di delineare gli effetti delle sanzioni sulla popolazione siriana, suddividendoli per settori colpiti. Intanto quello medico-sanitario.

Uno dei principali effetti delle sanzioni alla Siria è oggi il dilagare di infezioni che non possono essere adeguatamente affrontate. La Siria, prima del 2012 aveva una fiorente industria farmaceutica (con l’eccezione di quelli per il cancro, la Siria era autosufficiente al 95% in termini di produzione di farmaci) ed un soddisfacente sistema ospedaliero, il cui “fiore all’occhiello” era certamente, il Centro oncologico “Al Kindi” di Aleppo, il più grande del Medio Oriente (e fatto saltare dai “ribelli” con un camion bomba, qui il video dell’attentato postato dai “ribelli su Youtube).

Oggi, senza elettricità e con i gruppi elettrogeni anch’essi privi di combustibile, (e quindi con frigoriferi e apparecchiature di sterilizzazione fuori uso) quello che resta della rete di presidi ospedalieri scampati alle distruzioni è praticamente al collasso. Ne consegue un numero elevatissimo di infezioni ospedaliere che, tra l’altro, non possono essere affrontate per la mancanza di antibiotici.

Ancora peggio per altre infezioni quali tetano e il morbillo. Nel dicembre 2012, una epidemia di morbillo, nonostante l’intervento di mezzi dell’Unicef, si portò via migliaia di bambini; da allora sono state registrate altre epidemie che non è stato possibile affrontare adeguatamente, soprattutto per la mancanza di carburante. Poi ci sono le infezioni gastrointestinali determinate dalla impossibilità di ripristinare acquedotti ed impianti di sollevamento idrico danneggiati dalla guerra o dall’usura. Sulle persone decedute in Siria negli ultimi anni a seguito di infezioni (anche per quelle che in Occidente non costituiscono un problema) non si hanno stime e così pure per persone morte per l’impossibilità di seguire determinate terapie (prime tra tutte quelle contro il diabete o il cancro) come documenta un articolo della rivista medica “The Lancet”.

Poi, c’è il dramma della denutrizione. Secondo alcune stime pubblicate nell’articolo del “The Lancet”, oltre l’80% della popolazione siriana vive oggi in condizioni di povertà, di cui un terzo in condizioni definite di estrema povertà, (impossibilità ad ottenere prodotti alimentari di base); l’aspettativa di vita si è ridotta, quindi, da 75-79 anni del 2010 (uno tra i più alti del Medio Oriente) a 55-57 anni del 2014. Intanto, il tasso di disoccupazione è salito dal 15% del 2011 a 57% del 2014, mentre il costo dei prodotti alimentari di base è aumentato di sei volte dal 2010.

In questa tragica situazione risulta beffarda l’impossibilità per i siriani che vivono all’estero di potere inviare danaro ai loro cari rimasti in patria. E così, bloccato dalle sanzioni il circuito bancario internazionale che serviva la Siria, per molti – anche per alcune ONG – non resta che nascondere un po’ di banconote tra i vestiti e attraversare la frontiera dal Libano sperando di non essere depredati da bande di rapinatori o da disperati alla fame.

 

La testimonianza di Omar

Come già detto, sono innumerevoli le testimonianze di studiosi, esponenti politici, giornalisti, operatori umanitari… sugli effetti delle sanzioni che l’Unione Europea infligge alla Siria. Preferiamo, invece, concludere questo testo dando la parola ad un nostro amico siriano, Omar, ex guida turistica, ora rifugiato in Italia e che, tra l’altro, nel 2011 aveva partecipato alle numerose manifestazioni di protesta tenutesi a Damasco.

Ho fatto conoscere la Siria a migliaia di italiani e non ce ne è stato uno che non sia rimasto incantato dalla mitezza della nostra gente. Qualcuno arrivava in Siria convinto di dovere sfidare chissà quali insidie: si ricredeva dopo qualche giorno potendo passeggiare liberamente, anche in piena notte; ammirando le moschee, le chiese, le sinagoghe piene di tranquilli fedeli; guardando le ragazze libere di potere andare indisturbate ovunque. E, nonostante le mie idee, ero orgoglioso quando parlavo delle nostre università, dell’eccellenza del nostro sistema sanitario, del nostro relativo benessere. E anche della miriade di gruppi e organizzazioni che animavano la vita politica e culturale in Siria.

Anche oggi sono in contatto con molti italiani. E ogni tanto via mail o su Facebook mi è capitato di parlare loro delle sanzioni imposte alla Siria anche dall’Italia o di altre iniziative del vostro governo come il diniego, qualche anno fa, dei visti di ingresso a parlamentari siriani che dovevano incontrarsi a Roma con loro colleghi italiani. Cascano dalle nuvole. Non ne sanno nulla. Nulla. Nessuna informazione dalla TV o dai giornali. L’unica cosa che i miei amici italiano sanno – e che li fa o commuovere o arrabbiare – è il fiume di profughi siriani che ogni giorno si riversa sulle coste italiane. E pensano che questo esodo dipenda o dalla repressione del governo Assad o dagli attacchi dell’ISIS. Nulla sulle responsabilità dei vostri governi. Nulla.

Qualcuno dei miei contatti italiani ritiene che la crisi siriana si possa risolvere con la destituzione di Assad e il ripristino in Siria della democrazia. Ma come si può pensare di esportare la democrazia se non si sa nulla?”

 

 

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