L’ipocrisia dell’Unione Europea

Com’è cominciata

Cominciamo analizzando le motivazioni ufficiali che, nel 2011, spinsero il Consiglio dell’Unione Europea a infliggere le sanzioni alla Siria: “…la grave preoccupazione per gli sviluppi della situazione in Siria e per lo spiegamento di forze militari e di sicurezza in diverse città siriane (e la condanna della) violenta repressione, effettuata anche con l’uso di pallottole vere, delle pacifiche manifestazioni di protesta avvenute in varie località della Siria (…)”

Sarebbe opportuno domandarsi perché mai l’Unione Europea, prima di parlare di repressione di pacifiche manifestazioni di protesta (che certamente, in Siria, come in tutti i paesi arabi c’erano state) non abbia preso in esame il perché e il come della loro trasformazione in sparatorie. Ci riferiamo, ad esempio, alla presenza di anonimi cecchini che, dai tetti, colpivano indiscriminatamente sia la folla sia la polizia; cecchini che per i media occidentali non potevano che essere “agenti di Assad” nonostante che, sin dai tempi della prima “rivoluzione colorata”, quella contro Ceaușescu del 1989 (come quella in Ucraina del 2013) l’impiego di cecchini per trasformare i cortei in massacri è stato appannaggio di forze antigovernative, molto spesso foraggiate da potenze straniere.

Parimenti, appare significativo che gli efferati episodi che segnarono il punto di non ritorno della situazione in Siria, come l’incendio del Palazzo di giustizia di Daraa (avvenuto tre ore dopo che l’emittente araba al-Arabiya ne avesse dato “notizia”)  o l’assalto alla stazione di polizia a Lattakia (10 poliziotti trascinati per strada e lì uccisi) non videro come protagonisti i partecipanti alle manifestazioni ma, piuttosto, “uomini mascherati venuti dal nulla e scomparsi nel nulla, assolutamente sconosciuti dagli organizzatori delle manifestazioni”. La stessa dinamica, del resto, che nel gennaio 2011 caratterizzò l’assalto alla caserma di polizia di Misurata in Libia come ebbe a dichiarare uno dei leader delle manifestazioni di allora.

Questo, ovviamente, non significa che dietro ogni manifestazione di protesta ci debba essere, per forza, lo zampino di qualche potenza straniera. In Siria c’era, certamente, un diffuso malcontento, dettato da una crisi economica e climatica e aizzato da campagne mediatiche veicolate, soprattutto da network televisivi come al-Jazeera. Quello che, comunque, qui ci preme sottolineare è che – a nostro avviso – in Siria non fu (come molti pensano ancora oggi) il progressivo inasprimento della contrapposizione tra “pacifici manifestanti” e forze governative a determinare i primi morti ma l’attuazione di un preciso disegno, dettato da potenze straniere, che da almeno un decennio avevano pianificato, sommosse, omicidi, assalti a stazioni di polizia… per fare precipitare la Siria nella situazione nella quale si trova oggi.

 

Una subdola strategia

Ma ritorniamo all’argomento di questo testo. Le Sanzioni dell’Unione Europea del 2011 alla Siria (che riproponevano pedissequamente quanto già stabilito dalle sanzioni USA del 2007) sembrarono essere per l’opinione pubblica una legittima, quanto pacata, risposta alle repressioni di un “regime” già crocifisso su tutti i mass media. L’articolo 4 del documento infatti si limitava a: “(congelare) tutti i fondi e le risorse economiche appartenenti, posseduti, detenuti o controllati dai responsabili della repressione violenta contro la popolazione civile in Siria e dalle persone fisiche o giuridiche o dalle entità ad essi associate, elencati nell’allegato.” Allegato che elenca, tra dirigenti dei servizi di sicurezza e della polizia siriani, stranamente, anche un banchiere, tale “Rami Makhlouf (…) Uomo d’affari siriano. Associato a Maher Al-Assad; finanzia il regime che permette la repressione dei manifestanti.” Al di là delle accuse dell’Unione Europea è da evidenziare che Rami Makhlouf gestiva numerosi business tra i quali una compagnia telefonica; la quale, ovviamente, a seguito delle sanzioni, non avrebbe più potuto avere alcun contatto con le aziende europee, neanche per la fornitura di pezzi di ricambio.

Cominciò così una davvero subdola strategia perpetuatasi nelle successive sanzioni che – al di là del dichiarato embargo sul petrolio e sulle attività della Banca centrale siriana – non vietano esplicitamente di esportare in Siria generi o attrezzature indispensabili per la vita delle popolazioni (quali, ad esempio, sementi o generi alimentari). Ma se si ha la pazienza di leggersi gli innumerevoli allegati alle sanzioni (una serie di elenchi continuamente aggiornati e approvati non dal Consiglio d’Europa ma da anonimi funzionari dell’Unione Europea, quali, ad esempio quelli del “Gruppo Mashreq/Maghreb (MaMa)”, si scopre che le sanzioni applicate “ad personam” riguardano “uomini di affari” presentati come “sostenitori di Assad” (a febbraio del 2015 erano 211) che provvedevano, a vario titolo, alla commercializzazione di innumerevoli generi o attrezzature. E così, anche i pezzi di ricambio indispensabili per far funzionare, ad esempio, un forno per il pane, una rete elettrica, un acquedotto, una attrezzatura medicale… non possono essere più esportati in Siria.

L’allegato 2014/C 373/06, poi, chiude il cerchio elencando non solo operatori economici (“uomini di affari”) ma ministri (tra i quali quello per le Risorse idriche e quello della Sanità) che – per fare nostri i termini del documento del maggio 2011 – certamente “controllano” l’approvvigionamento e la manutenzione dei servizi ad essi affidati.

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