Affamare la Siria

Dual Use

Un altro escamotage dell’Unione Europea per condannare la Siria alla fame, pur mantenendo un alone di “rispettabilità”, è l’embargo (oltre che su attrezzature finalizzate alla repressione che, difficilmente, un qualsiasi “stato canaglia” acquisterebbe all’estero, come ghigliottine, sedie elettriche, catene per contenzione, serrapollici…) di prodotti e tecnologie Dual Use utilizzabili, cioè, per costruire manufatti sia ad uso civile che militare ed elencati nel Regolamento N. 1334/2000 del Consiglio dell’Unione Europea (e successivi aggiornamenti di questo).

Regolamento che oltre a contemplare prodotti chimici indispensabili per attività che dovrebbero essere perfettamente lecite (è, ad esempio, il caso di alcuni nitrati indispensabili per la produzione di fertilizzanti) comprende anche alcuni tipi di circuiti elettronici e di software un tempo utilizzati prevalentemente in ambito militare ma oggi comunemente installati su apparecchiature elettromedicali o su dispositivi di controllo per la produzione industriale. Per di più, chi scrive queste righe ha svolto una piccola inchiesta sull’odissea che devono subire le aziende che chiedono al Ministero dello Sviluppo Economico l’indispensabile Nulla Osta per potere esportare loro manufatti (in questo caso, alcuni relais per una centrale elettrica danneggiata e disinfettanti) in Siria. Nonostante questi relais e questi disinfettanti non figurassero affatto negli elenchi allegati al Regolamento N. 1334/2000, la Commissione che doveva concedere il Nulla Osta, verosimilmente subodorando la possibilità che quanto attestato dalle aziende (tra l’altro, di primissimo piano) che li avevano prodotti non fosse veritiero, ha imposto talmente tante verifiche e lungaggini burocratiche che hanno, infine, determinato l’annullamento della vendita.

 

Il blocco delle transazioni finanziarie

Ma se anche una azienda europea, per commerciare con la Siria, volesse bypassare l’embargo (un reato penale punito, ai sensi del D.Lgs 96/2003, con la reclusione da due a sei anni e, tra l’altro, una multa fino a 250.000 euro) effettuando, ad esempio una “triangolazione” (utilizzare un paese terzo come fittizio destinatario) come potrebbe essere pagata? Ci riferiamo ad un aspetto della sanzioni alla Siria particolarmente devastante: il blocco delle transazioni finanziarie, stabilito dal Consiglio dell’Unione Europea, con la Decisione 878 del 2 settembre 2011. Anche questa decisione, ipocritamente, si maschera come una provvedimento ad personam: “(…) il congelamento dei fondi e delle risorse economiche di altre persone e entità che ricevono benefici dal regime o lo sostengono. L’elenco aggiuntivo delle persone, delle entità e degli organismi a cui si applica il congelamento dei fondi e delle risorse economiche è riportato in allegato di detta decisione.” E sulla scia della 273, anche la Sanzione 878 contempla un lungo elenco di operatori economici (direttori di Camere di commercio, di società di intermediazione…) etichettati come “sostenitori del regime siriano” da punire. Ne seguiranno altri con altri allegati.

Peggio ancora farà la Svizzera nel 2014 per tutelare i suoi banchieri, facendo sue le sanzioni dell’Unione Europea ma permettendo lo sblocco di soldi di siriani o della Banca Nazionale della Siria depositati nelle sue banche al non meglio precisato fine di “tutelare interessi svizzeri”.

Gli effetti del blocco delle transazioni finanziarie sono così sintetizzati nell’Appello degli esponenti cattolici siriani: “(…) La situazione in Siria è disperata. Carenza di generi alimentari, disoccupazione generalizzata, impossibilità di cure mediche, razionamento di acqua potabile, di elettricità. Non solo, l’embargo rende anche impossibile per i siriani stabilitisi all’estero già prima della guerra di spedire denaro ai loro parenti o familiari rimasti in patria. Anche le organizzazioni non governative impegnate in programmi di assistenza sono impossibilitate a spedire denaro ai loro operatori in Siria. Aziende, centrali elettriche, acquedotti, reparti ospedalieri sono costretti a chiudere per l’impossibilità di procurarsi un qualche pezzo di ricambio o benzina.

“Oggi i siriani vedono la possibilità di un futuro vivibile per le loro famiglie solo scappando dalla loro terra. Ma, come si vede, anche questa soluzione incontra non poche difficoltà e causa accese controversie all’interno dell’Unione europea. Né può essere la fuga l’unica soluzione che la comunità internazionale sa proporre a questa povera gente. (…) E la retorica sui profughi che scappano dalla guerra siriana appare ipocrita se nello stesso tempo si continua ad affamare, impedire le cure, negare l’acqua potabile, il lavoro, la sicurezza, la dignità a chi rimane in Siria. (….)”

 

Il petrolio

Il 2 settembre 2011 una nuova decisione del Consiglio dell’Unione Europea (la 2011/522/PESC) inasprì le sanzioni alla Siria imponendo, tra l’altro, il divieto di acquistare, importare o trasportare dalla Siria petrolio greggio e prodotti petroliferi.

Per comprendere la gravità di questa misura basti un dato. Nel 2010 la Siria (le sue riserve di petrolio sono stimate in 2,5 miliardi di barili) estraeva ogni giorno 375mila barili di petrolio al giorno, di cui circa 150mila destinati all’export. Con il prezzo del barile sul mercato che superava i 100 dollari, ciò si traduceva in un’entrata fissa pari a circa 16 milioni di dollari al giorno, vale a dire quasi 6 miliardi di dollari l’anno. Una risorsa che insieme al Turismo (6 milioni di turisti stranieri nel 2010) e all’industria farmaceutica (la Siria esportava farmaci in più di 50 paesi) aveva permesso a questo Paese di raggiungere un relativo benessere e il raggiungimento di significativi standard di vita (tra cui un buon sistema sanitario e la scomparsa dell’analfabetismo). In più il petrolio alimentava una notevole produzione elettrica (nel 2010 46 miliardi di Kilowatt all’ora) che riforniva anche il Libano.

Ma l’embargo petrolifero alla Siria ha conosciuto clamorosi risvolti. Intanto, entrò in vigore non il 2 settembre ma solo due mesi dopo, a seguito della richiesta italiana di rispettare alcuni contratti, firmati da aziende italiane con la Siria, che prevedevano forniture di petrolio fino al 30 novembre. Al di là di un polverone mediatico-giudiziario, non è noto (sono andate a vuoto le nostre richieste di un comunicato ufficiale) se questi contratti prevedessero (come è prassi) il pagamento a 30-60 giorni dopo la consegna o se, il pagamento (o un congruo anticipo di questo) era stato versato alla stipula dei contratti; e così non è noto se le aziende italiane abbiano onorato questi contratti o se si siano tenuti sia il petrolio siriano sia i soldi. Di certo l’atteggiamento del governo italiano provocò l’irritazione dei più agguerriti fautori delle sanzioni alla Siria, come la City di Londra e i suoi (consapevoli o no) sponsor.

D’altro canto, i (consapevoli o no) sponsor degli interessi di altre aziende italiane – forse perché memori dei danni all’economia italiana conseguenti alle sanzioni prima e alla guerra poi alla Libia – hanno evidenziato come il nostro paese, tra quelli della UE, risulti essere il più penalizzato dalle sanzioni alla Siria costringendoci a rinunciare ad un interscambio commerciale annuo di 2,3 miliardi di euro e ad accordi già stipulati nel campo dell’estrazione del petrolio e della realizzazione di infrastrutture.

Ma queste polemiche passano in secondo piano di fronte alla davvero scandalosa decisione dell’Unione Europea che permette ai cosiddetti “ribelli siriani” di bypassare le sanzioni potendo così, nelle aree da essi “liberate”, esportare petrolio e importare armi.

 

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