Armi e petrolio ai “ribelli”

 

I “ribelli” e le sanzioni

Il 13 Dicembre 2012 l’Italia riconosceva come “unica legittima rappresentante del popolo siriano” la “Coalizione nazionale degli oppositori siriani”. Questa decisione – presa, ovviamente, senza alcuna votazione né, tantomeno, discussione in Parlamento: solo una fugace audizione del ministro degli Esteri Terzi, il 12 dicembre, alla Commissione Esteri della Camera – discendeva dall’adesione dell’Italia, avvenuta, anch’essa alla chetichella, già nel luglio 2012 il Gruppo “Amici del popolo siriano” dove l’Italia si impegnava a garantire “un aumento massiccio degli aiuti all’opposizione al regime di Bashar Al-Assad”. Questo Gruppo, del resto, vedeva , tra gli altri, la partecipazione dei rappresentanti dell’Arabia Saudita e del Qatar i quali, già da tempo, stavano inviando in Siria le loro bande di tagliagole autoproclamatesi “Coalizione nazionale degli oppositori siriani”.

Sulle gesta di queste bande (in minima parte composte da siriani; la maggior parte dei miliziani proviene da Giordania, Libia, Afghanistan, Tunisia, Arabia Saudita…) che qualcuno, ancora oggi, si ostina a considerare “ribelli” o “combattenti per la democrazia” esiste una ormai copiosa documentazione. Decapitazioni ed esecuzioni di soldati, poliziotti, inermi civili siriani, “colpevoli” di non opporsi al governo di Damasco; autobombe davanti a scuole, caserme, ospedali; crocifissioni e fustigazioni di “infedeli”; costruzione di ordigni carichi di gas tossici… sono documentati da video posti su internet dagli stessi “ribelli”.

Eppure, per anni, l’Occidente (e i suoi mass media) ha preferito distogliere lo sguardo dalle efferatezze dei suoi “ribelli”, fin quando non fu deciso di dare grande lustro alle imprese dell’ISIS (un’altra banda di tagliagole, anch’essa creata dalle Petromonarchie e dall’Occidente) identificata come il Male Assoluto da estirpare ad ogni costo: anche rifornendo i “ribelli” di armi pesanti o invadendo e bombardando la Siria.

Ma ritorniamo a parlare di sanzioni. Il 31 maggio 2013, il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea con la Decisione 2013/255/PESC tolse l’embargo del petrolio dalle aree “liberate dai ribelli” i quali, da allora, vendono “legalmente” il petrolio siriano alle compagnie petrolifere occidentali. Avendo già distrutta, nel febbraio del 2012, la raffineria di Bab Àmro (la più grande della Siria, nei pressi di Homs) e ucciso quasi tutte le maestranze, i “ribelli” si affrettarono a far giungere lì tecnici provenienti dall’Arabia Saudita e, soprattutto, autobotti (l’oleodotto dalla raffineria sfocia nel porto di Tartus) per trasportare i prodotti petroliferi in Turchia. Da lì il petrolio dei siriani, certamente, (anche se nessuna informazione ufficiale viene fornita su questo; vedi più avanti) arriva ad aziende europee e i soldi di questo ai “ribelli”.

 

Le armi ai “ribelli”

Ancora peggio un altro punto della Decisione che tolse l’embargo alle armi destinate ai “ribelli”. E ciò nonostante la protesta di paesi quali Austria, Repubblica Ceca, Finlandia, Olanda e Svezia, sintetizzata dall’allora ministro degli Esteri austriaco: “inviare armi è contro i principi dell’Europa, che è una comunità di pace.” A neutralizzare le proteste per la deroga sulle armi fu certamente l’ambigua posizione di Germania e Italia, finalizzata a “favorire un compromesso”. “Compromesso” che fu interpretato da Francia e Gran Bretagna come un via libera alla fornitura di armi ai ribelli.

Al di là della spaccatura nel Consiglio dell’Unione europea (pudicamente sottaciuta dai mass media) – dettata, verosimilmente, da Francia e Gran Bretagna che speravano di riproporre lo stesso blitz da essi effettuato in Libia nel 2011 e dall’esigenza di Germania e Italia di non trovarsi, ancora una volta, alla finestra – ci sarebbe da domandarsi perché mai l’“elasticità” di allora nel derogare, per le armi, le sanzioni contro la Siria non sia stata poi concessa per altri aspetti di queste. Comunque sia, l’ambiguità tenuta allora dall’Unione europea si è tradotta in un guazzabuglio nella conseguente Decisione che così si esprime:

“Rispetto alla possibile esportazione di armi alla Siria, il Consiglio ha preso nota dell’impegno da parte di alcuni Stati membri di procedere nelle loro politiche nazionali come segue:

– la vendita, la somministrazione, il trasferimento e l’esportazione di attrezzature militari che potrebbero essere usate per la repressione interna saranno per la Coalizione nazionale siriana delle forze rivoluzionarie e dell’opposizione e destinate alla protezione dei civili; (ma che vuol dire??)

– gli Stati membri dovrebbero richiedere, prima di autorizzare, adeguate salvaguardie, in particolare informazioni importanti che riguardano l’uso e la destinazione finale della consegna;

– gli Stati membri dovrebbero valutare le domande di licenza di esportazione caso per caso, tenendo pienamente conto dei criteri indicati nella Posizione comune del Consiglio 2008/944/CFSP dell’8 dicembre 2008 che definisce regole comuni che reggono il controllo dell’export di tecnologia e attrezzature militari. Gli Stati membri non procederanno a questo stadio alla consegna di tale materiale. Il Consiglio rivedrà la propria posizione entro il 1 agosto 2013 sulla base di un rapporto da parte dell’Alto rappresentante, dopo essersi consultato con il segretario generale dell’Onu, sugli sviluppi legati all’iniziativa Usa-Russia e all’impegno delle parti siriane.”

Va da sé che di queste “valutazioni” e di questi documenti che avrebbero dovuto far “rivedere” la posizione dell’Unione europea non si trova traccia in nessuno dei successivi documenti elencati nel, pur ponderoso, dossier inerente le sanzioni alla Siria, nè, tantomeno, nell’ultima Decisione dell’Unione europea che il 31 maggio 2016 ha prorogato le sanzioni alla Siria.

A tal proposito, il giornale on line L’Antidiplomatico ai primi di giugno scriveva all’Ufficio Stampa del Consiglio dell’Unione Europea per chiedere il perché di queste clamorose omissioni (che, tra l’altro, contrastano con la pignola precisione vantata dai burocrati di Bruxelles) e, in particolare domandava se fosse stata confermata o, in qualche modo, regolamentata la revoca delle sanzioni sul petrolio e le armi ai “ribelli”. La risposta è stata, a dir poco, evasiva. Sulla deroga alle sanzioni alle armi non c’è stata data nessuna risposta; peggio ancora sulle modalità della deroga inerente la commercializzazione del petrolio rubato dai “ribelli: Per quanto riguarda le restrizioni all’importazione del petrolio siriano, a certe condizioni e previa consultazione con la Coalizione nazionale delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, gli Stati membri possono autorizzare deroghe a questo divieto”.

E così, alla faccia della “trasparenza” nella quale pretende di ammantarsi l’Unione Europea, non si può sapere né chi sono gli stati europei che importano oggi petrolio siriano né chi sono i “ribelli” che lo vendono o che lo barattano con armi. Di certo sappiamo che dall’approvazione della sanzione 2013/255/PESC la fornitura di armi pesanti e sistemi missilistici ai “ribelli” siriani sono aumentate in maniera esponenziale , sopratutto da parte della Francia. Non caso, considerato che, già nel 2013, il ministro Laurent Fabius affermava che Al Nusra (una filiale di al Qaeda) “in Siria faceva un buon lavoro

 

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